Miti e realtà: sui fascisti in Ucraina, nel Donbass, in Russia, e sulla strage di Odessa / Parte 4 – La strage di Odessa del 2 maggio 2014

In questa quarta e ultima puntata del nostro speciale ci occupiamo dei tragici eventi di Odessa del 2 maggio 2014, sfruttati per anni a piene mani dalla disinformazione di Mosca per diffondere odio e preparare la guerra. Una giornata cominciata con scontri in centro e un deliberato attacco con armi da fuoco sulla folla, degenerata poi più tardi in un’orgia di violenza all’interno e all’esterno del Palazzo dei sindacati. Una ricostruzione ora per ora dei caotici fatti del 2 maggio mostra la piena responsabilità di tutti gli attori di quella giornata sfuggita a ogni controllo: dai neonazisti e stalinisti filorussi, ai neofascisti e ai “patrioti” ucraini, fino alla polizia locale e al Cremlino.

La propaganda di Mosca, non potendosi basare su eventi concreti a sostegno delle proprie tesi del tutto fantasiose di un’Ucraina completamente in preda a bande di nazisti stragisti e quindi da “denazificare”, incentra il suo discorso, oltre che sul battaglione Azov di cui abbiamo già scritto nella prima puntata di questo speciale, su due altri elementi: le bugie sul numero delle vittime della guerra nel Donbass dal 2014 e la disinformazione sui terribili fatti di Odessa del 2 maggio dello stesso anno. Nel primo caso, la propaganda del regime russo parla di 14.000 civili uccisi nel Donbass dal 2014 fino all’anno scorso dal “terrore dei nazisti ucraini” o dal “governo nazista”. Si tratta di un grossolano falso, purtroppo rilanciato massicciamente nell’ambito della sinistra radicale italiana in questi mesi di guerra. Basta una rapida verifica con Google per trovare tonnellate di materiali circostanziati che documentano ben altro. In particolare si vedano Wikipedia e le fonti in essa citate, e il dettagliato rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Le 14.000 vittime che questa propaganda attribuisce ai nazisti e a Kyiv, non a caso senza mai scendere nei particolari, altro non sono che le vittime totali della guerra nel Donbass dal 2014 fino a fine 2021. Innanzitutto, per circa il 90% si tratta di morti nel corso delle operazioni belliche nel solo primo anno dei combattimenti, tra il 2014 e il 2015. Negli anni immediatamente successivi il livello è sceso a circa 100 all’anno, e negli anni 2019-2021 a circa 25. Ma soprattutto, per più di due terzi si tratta di soldati o miliziani di entrambe le parti morti in combattimento. I civili di entrambe le parti morti negli otto anni della guerra fino al 2021 sono 3.400, 300 dei quali erano i passeggeri dell’aereo malese abbattuto dai russi nel 2014. A ciò vanno aggiunti due particolari importanti. I primo luogo, che la guerra nel Donbass è stata scatenata non da Kyiv, bensì da Mosca, senza motivi validi e con l’appoggio fondamentale di neonazisti o estremisti di destra, come abbiamo documentato. In secondo luogo, il conteggio di 14.000 vittime riguarda solo i morti in combattimenti o a seguito degli stessi e non include i torturati e gli uccisi dai separatisti al di fuori delle manovre belliche per repressioni politiche o poliziesche. Sotto questo punto di vista, anche se mancano cifre precise a causa della dittatura e della censura in atto nelle aree sotto il controllo dei separatisti del Donbass, questi ultimi sono stati infinitamente più violenti e omicidi di Kyiv, instaurando fin da subito un vero e proprio regime di terrore nel territorio da essi conquistato.

Ma il vero cavallo di battaglia della propaganda di Mosca, che ha trovato anch’esso ampia eco in Italia non solo tra stalinisti e rosso-bruni, ma anche tra molti militanti della sinistra radicale non autoritaria, è stato quello che è noto come il massacro di Odessa del 2 maggio 2014. Secondo tale propaganda, che oltre ad avere un’ampia eco a livello internazionale ha avuto una diffusione enorme e ossessiva in Russia, quel giorno a Odessa bande di nazisti ucraini avrebbero compiuto un’azione pianificata e/o intenzionale per bruciare vivi circa cinquanta filorussi che occupavano il palazzo dei sindacati nel centro della città. A questa tesi di base altri megafoni del regime di Mosca hanno spesso aggiunto ulteriori particolari, per esempio che i morti reali fossero centinaia e che le vittime erano state prima torturate a lungo e poi bruciate vive, oppure giustiziate con armi da fuoco e poi bruciate. Il copione di questa propaganda è comunque sempre lo stesso: montaggi ad hoc di brevi frammenti, siano essi spezzoni isolati di una documentazione video infinitamente più ampia, foto raccapriccianti mirate ad annicchilire i fruitori, narrazioni incentrate su alcuni limitati eventi escludendone moltissimi altri, nessuna messa in contesto approfondita. Sono tutte tecniche propagandistiche ben note dai tempi di Goebbels e Stalin, e poi “riammodernate” dai vari telegiornali di regime. Certo, andare a fondo dei fatti di quei giorni è un compito particolarmente spiacevole, visto l’altissimo numero di vittime, l’orgia di violenza che le ha causate e il modo orrendo in cui la maggior parte di loro sono morte. Inoltre, non è mai stata fatta giustizia e in pratica nessuno ha dovuto rispondere di quello che è successo quel giorno. A ciò si aggiunge che la morte orribile di decine di persone è stata sfruttata in modo ignobile da una propaganda che, come oggi vediamo chiaramente con i nostri occhi, ha costruito sapientemente fin da allora sulle sue bugie progetti di guerra devastanti e dalla dimensione stragista generalizzata. In particolare, la manipolazione degli eventi di Odessa è stata un perno della più ampia retorica del regime di Mosca mirata a disumanizzare gli ucraini per giustificare così il suo fantasioso quanto agghiacciante progetto di “denazificazione” dell’Ucraina, cioè la “soluzione finale” voluta da Putin per distruggere la nazione ucraina e il suo paese. Su quest’ultimo aspetto non posso che formulare una considerazione molto dura: chi rilancia questa propaganda senza nemmeno spendere un attimo del proprio tempo per qualche verifica, e ciò avviene purtroppo in particolare a sinistra, si fa volutamente complice dello stragismo di questa guerra. Andare a verificare non vuol dire affatto sollevare la “parte ucraina” che ha agito quel giorno dalle proprie pesantissime responsabilità, anche omicide, vuol dire solo rendere giustizia a tutte le vittime di Odessa e togliere terreno alla propaganda guerrafondaia di Putin e dei suoi uomini.

A inizio maggio 2014 l’Ucraina si trovava in una situazione di grande confusione. Dopo la cacciata del presidente Yanukovich in seguito all’insurrezione di Maidan la Russia aveva immediatamente messo in atto a fine febbraio l’annessione militare della Crimea e avviato l’operazione di conquista del Donbass per mano di bande fasciste sostenute da Mosca, anche con le armi, e controllate da quest’ultima. Il governo centrale ucraino era debole e diviso, mentre il paese si preparava alle elezioni presidenziali che, a fine maggio, avrebbero portato al potere Petro Poroshenko. Mosca organizzava in tutto il sud dell’Ucraina piccole manifestazioni od occupazioni di edifici o piazze, spesso esportando centinaia di “attivisti” dal proprio territorio a causa della scarsa adesione locale, come hanno sempre dichiarato gli stessi separatisti. Mentre queste mobilitazioni avevano attratto una partecipazione locale, esigua ma visibile, in termini politici “antimaidan”, gli appelli alla costituzione di “repubbliche popolari”, al separatismo o all’unione con la Russia non godevano di alcun appoggio al di fuori degli sparuti gruppi nazifascisti o stalinisti controllati dal Cremlino. Iniziative di questo tipo si tenevano allora non solo nel Donbass, ma anche in altre città dell’Ucraina i cui nomi abbiamo in queste settimane imparato tutti: Kharkiv, Zaporizhzhya, Kherson e Odessa. A Odessa (1 milione di abitanti) prima del 2 maggio si era tenuta qualche isolata manifestazione partecipata al massimo da alcune migliaia di persone (realisticamente, si va da qualche centinaio fino a un massimo di 5.000 in un’occasione), Queste piccole mobilitazioni erano organizzatae con gli stessi metodi di altrove, a volte anche “importando” attivisti con autobus dalla vicina Transnistria sotto controllo russo. Tutto è morto subito nell’indifferenza generale, fatta eccezione per un piccolo accampamento di tende “antimaidan” e “filorusso” che era stato organizzato nella centrale piazza con parco Kulikovo Polie, sulla quale si affacciavano il grande palazzo dei sindacati di epoca stalinista e l’edificio dell’amministrazione regionale, a non molta distanza dalla stazione ferroviaria della città.

Questo accampamento aveva tra i propri animatori principali tre organizzazioni. Quella più consistente era “Odesskaya Druzhina”, una formazione di “autodifesa” creata appositamente per la campagna di quei mesi da Slavyanskoe Edinstvo (Unità slava), un gruppo neonazista filorusso che si era distinto negli anni precedenti in Ucraina per azioni contro gli immigrati africani e iniziative omofobe, e in Russia per attacchi omicidi contro gli antifascisti, come abbiamo visto nella scorsa puntata. Il suo leader Dmitriy Odinov, come è stato poi documentato da registrazioni riconosciute autentiche, prendeva in quei giorni ordini direttamente da Sergey Glazyev, all’epoca consigliere di Putin e uno dei pezzi più grossi del Cremlino in generale. Tra le altre cose, Glazyev si occupava in quegli anni di tenere le fila degli intensi rapporti di Mosca con l’estrema destra della Russia, dell’Ucraina meridionale e internazionale nell’ottica di creare uno “spazio eurasiatico” ultraconservatore. Un altro gruppo presente tra i filorussi di Kulikovo Polie era l’Unione dei Cittadini Ortodossi dell’Ucraina, di tendenza fondamentalista cristiano-ortodossa di estrema destra e di dimensioni sparute, ma con stretti legami con il Cremlino. Infine vi era il gruppo ultrastalinista Borot’ba (Lotta) (in generale, sul ruolo svolto da Borotba allora è molto utile l’analisi Villages Potemkine pour militants occidentaux di Vincent Presumey, che affronta anche il tema del 2 maggio a Odessa). Quest’ultima era una formazione minuscola composta al massimo da una dozzina di persone e capace all’occasione di mobilitarne altrettante, ma ha avuto una certa eco internazionale perché, nonostante le sue forze quasi nulle, disponeva di dipendente salariati e aveva un sito web ricco di materiali quotidiani anche in inglese, in un’epoca in cui era difficile trovarne “di sinistra” sui fatti in Ucraina. Come abbiamo visto nella puntata precedente, Borot’ba era al soldo del Cremlino, fatto che può spiegare l’altrimenti strana ampia disponibilità di mezzi rispetto alle sue dimensioni microscopiche. Successivamente ai fatti di Odessa alcuni militanti di Borot’ba si sono recati nel Donbass, dove hanno operato in alleanza subalterna con i nazifascisti separatisti locali. Oggi il loro sito è resuscitato e gioisce per le “migliaia di nazisti” (cioè semplici ucraini) uccisi dalla Russia in Ucraina, chiedendo una “denazificazione” ancora più completa. Nel complesso, intorno alla minitendopoli di Kulikovo Polie ruotavano a fasi alterne poche centinaia di persone.

La situazione a Odessa, nei giorni immediatamente precedenti il 2 maggio, era tesa. Si era aperto un conflitto nell’ambito degli animatori della minitendopoli di Kulikovo Polie in seguito alla richiesta delle autorità cittadine di spostarla in una zona più periferica in vista della parata militare che doveva passare nella piazza il 9 maggio, nell’anniversario della liberazione. Un’ala “moderata” aveva accettato, un’altra “radicale” si rifiutava. A questo si sovrapponeva l’incontro di calcio tra una squadra locale e una di Kharkiv previsto in città per il 2 maggio alle ore 17, con il relativo arrivo dalla seconda città di una tifoseria in massima parte “patriottica” in coincidenza con una delle manifestazioni che organizzavano regolarmente a Odessa i sostenitori del governo di Kyiv, quel giorno prevista prima della partita, alle ore 15. Insomma, si temeva da una parte un deliberato innalzamento della tensione da parte dei “filorussi” più radicali di Kulikovo Polie, dall’altra azioni dei “filoucraini” per dare una lezione ai “filorussi” – ed è esattamente quello che è poi successo. (Qui di seguito per puri motivi esclusivamente di brevità utilizzerò i termini del tutto imprecisi di “filorussi” e “filoucraini” per designare le due fazioni in campo).

La ricostruzione qui sotto segue in buona parte la traccia di quella molto ampia del “Gruppo 2 maggio”, un gruppo indipendente di Odessa formatosi dopo la strage e che per anni ha lavorato raccogliendo un’ampia documentazione, reperibile sul suo sito (dove si può trovare  la ricostruzione cronologica della giornata anche in lingua inglese, corredata da una grande quantità di video). La ricostruzione cronologica è accompagnata nel sito del “Gruppo 2 maggio” da una grande quantità di altre documentazioni, sia testi che video o foto. In calce all’articolo fornisco link alle altre e numerose fonti utilizzate, che nel complesso confermano questa ricostruzione.

Già verso l’ora di pranzo del 2 maggio a Odessa erano stati visti gruppi di filorussi in tenuta paramilitare e in assetto di combattimento prepararsi per la giornata, spesso a fianco di dirigenti della polizia con i quali evidentemente si coordinavano, ivi compreso indossando identiche bande rosse al braccio per identificarsi più comodamente. In particolare, i membri delle forze speciali di polizia che scortavano i filorussi erano ex Berkut, il contingente filo-Yanukovich e legato agli oligarchi del sud/sud-est che a febraio a Kyiv, in piazza Maidan, aveva fatto strage di insorti. “Visti” vuol dire anche fotografati e filmati: su tutta la giornata c’è un’ampissima documentazione di riprese fatte con i telefonini, e in qualche caso con cinepresa. Secondo le testimonianze sia di giornalisti di Odessa, sia degli stessi protagonisti, questo gruppo di filorussi era costituito essenzialmente da membri della “Odesskaya Druzhina”, cioè il braccio parallelo dei già menzionati neonazisti di “Slavyanskoe Edinstvo” che gestiva buona parte della minitendopoli di Kulikovo Polie. La “druzhina” era comandata dallo stesso “fuhrer” di “Slavyanskoe Edinstvo”, Dmitri Odinov, ma quel giorno in piazza a dirigere il gruppo c’era un altro membro di questa formazione neonazista, Sergey Dolzhenkov detto “Capitan Cacao”, un ex poliziotto figlio di un generale licenziato per violenza a una minorenne. Secondo quanto ha raccontato nel suo sito Anton Raevsky, altro noto leader dei neonazisti di Slavyanskoe Edinstvo, una delegazione di quest’ultima organizzazione si sarebbe recata a marzo nella Crimea appena annessa dalla Russia, dove il neogovernatore installato da Mosca, Aksenov, avrebbe detto loro che presto anche Odessa sarebbe stata “conquistata” da forze russe con un’operazione simile a quella organizzata in Crimea.

Intorno alle 13.30 c’è stato un primo breve assalto dei filorussi alla sede di un’organizzazione filoucraina. Successivamente gli stessi si sono costituiti in piccolo corteo (non più di 200 persone) che ha cominciato a spostarsi per le vie del centro. Alle 15 è iniziata la manifestazione dei filoucraini, circa 1.500 persone perlopiù “gente comune”, ivi compresi famigliole e anziani, ma con un servizio d’ordine di almeno 100 persone armate di bastoni e scudi. Come spiegato poi da uno dei filorussi, nessuno di questi ultimi si attendeva una tale partecipazione e un tale rapporto di forza a favore dei filoucraini: i filorussi prevedevano di attaccare un gruppo dalla consistenza numerica più o meno pari alla loro. Poco dopo le 15 anche questo corteo ha cominciato a spostarsi per le vie del centro. In breve i due cortei sono arrivati quasi a contatto, separati solo da inefficaci cordoni di polizia. I primi scontri si sono verificati verso le 15.30, quando dalle fila dei filorussi sono partiti colpi di pistola, subito seguiti da un colpo di pistola dal lato filoucraino. Non è chiaro se queste pistole fossero solo scacciacani e pistole con proiettili di gomma (come ha affermato il nazista filorusso Anton Raevsky), o vere armi da fuoco – in ogni caso in questi primi scontri non ci sono feriti da armi da fuoco. Per il resto in questa prima fase i combattimenti si svolgono essenzialmente con bastoni, scudi, cubetti di porfido, bombe assordanti, fumogeni e fuochi di artificio modificati con chiodi, in una confusione totale nella quale si registrano i primi feriti lievi.

Pochi minuti dopo le 16, all’angolo della via Deribasovskaya e della via Zhukov, la situazione degenera definitivamente. Alcuni filorussi, protetti da un cordone di forze speciali, sparano a distanza sugli attivisti filoucraini. In particolare, viene filmato con chiarezza un uomo che spara con un fucile automatico AKS-74U da dietro il cordone di polizia. Ripreso da più angoli, verrà poi facilmente identificato come Vitaly Budko detto Botsan, noto attivista antimaidan e in quei giorni membro di una “unità mobile” di picchiatori dei filorussi di Kulikovo Polie. Gli spari uccidono uno dei manifestanti filoucraini, Ihor Ivaniv. Il gruppo dell’autodifesa filoucraina si ricompatta, ma viene di nuovo assaltato dai filorussi con armi da fuoco, ivi compresi fucili, che uccidono un altro militante filoucraino, Andrey Biryukov, e ne feriscono svariati altri. Segue subito un altro attacco dei filorussi con armi da fuoco, e questa volta anche Molotov, mentre la polizia non interviene e, anzi, una sua auto partita a tutta velocità per abbandonare la scena rischia di investire dei manifestanti, innalzando la tensione già esplosiva.

Gli scontri proseguono poi in modo caotico nelle vie più centrali, si sentono colpi di pistola provenire anche dalla parte ucraina. Alle 17 comincia la partita di calcio, ma dieci minuti dopo l’organizzazione filoucraina “Euromaidan” chiama con un sms tutti i propri attivisti a dare man forte dopo i due omicidi da parte dei filorussi: molti lo faranno alla fine del primo tempo. Verso le 17.45 dal balcone del Centro culturale bulgaro vicino al grande magazzino Athena vengono sparati colpi d’arma da fuoco, che uccidono due filorussi, Aleksander Zhukov e Nikolay Yavorsky. Successivamente di questi spari verrà accusato il filoucraino Sergei Hodiyak, un militante dell’organizzazione fascista Pravy Sektor. Un altro militante filorusso, Gennady Petro, viene ucciso con colpi d’arma da fuoco di provenienza non identificata di fronte al centro commerciale Athena, nel quale i restanti attivisti di Kulikovo Polie si rifugiano, assediati da militanti filoucraini. Vi rimarranno asserragliati per un bel po’, in un primo tempo un paio di persone che cercano di uscire da porte laterali vengono picchiate, poi arrivano le forze speciali di polizia che fanno uscire in sicurezza i filorussi dal grande magazzino assediato. Nel frattempo ulteriori scontri, senza però più armi da fuoco, si verificano in altre vie del centro.

Alle 18.50 uno dei leader dei filoucraini, Andrey Yusov, invita gli altri manifestanti a recarsi a Kulikovo Polie (a oltre 2 km. di distanza). A loro si uniscono ultras che avevano abbandonato lo stadio dove si svolgeva la partita di calcio.

Termina così la prima parte di questa giornata di violenza, quella che le ricostruzioni della propaganda russa omettono per intero, o riassumono con lapidarie frasi del tipo “i nazisti ucraini avevano seminato il terrore in città già nelle ori precedenti alla strage”, senza dire che a scatenare deliberatamente la violenza omicida sono stati innanzitutto i filorussi. La durezza degli scontri e la presenza di armi da fuoco non devono meravigliare, se si pensa al contesto di quei mesi. Da marzo-aprile i filorussi del Donbass, legati a quelli di Odessa, terrorizzavano e ammazzavano i filoucraini nella loro regione, e avevano compiuto azioni di estrema violenza, anche con morti, in altre aree, per esempio a Kharkiv. Era il loro modo sistematico di agire in tutta l’Ucraina meridionale e sud-orientale. In questa situazione, per alcuni dei settori dei “patrioti” ucraini l’opposizione ai separatisti appoggiati da Mosca si riduceva brutalmente a nient’altro che l’intenzione di spaccare loro le ossa.

Nelle stesse ore a Kulikovo Polie ci sono svariate decine di filorussi che presidiano l’accampamento, a fianco del quale si trova un palco improvvisato. Giungono le notizie dei morti in centro e si discute sul da farsi. A un certo punto arriva anche Botsan, quello che aveva sparato col fucile automatico uccidendo un filoucraino, e consiglia ai presenti di disperdersi. Ma la maggior di questi ultimi resta e alla fine viene presa la decisione di rifugiarsi nell’antistante Palazzo dei Sindacati, vuoto perché chiuso per il ponte del 1° maggio. I filorussi cominciano a spostare oggetti dalla minitendopoli nel palazzo: materassi, una bombola di gas, icone, materassi, pietre da lanciare, molotov già pronte e taniche di benzina, altri oggetti. Non è del tutto chiaro chi abbia preso la decisione. Uno dei leader filorussi più noti, Artem Davidchenko, entra nel palazzo, ma poi ne esce subito e abbandona la scena in auto. Svariate testimonianze indicano in Alex Albu, il già citato leader dei rosso-bruni filorussi di Borot’ba, come la persona che ha convinto i presenti a rinchiudersi nel palazzo. Un video lo ritrae scappare più tardi dalla porta sul retro, nei giorni successivi si è poi fatto vedere in giro con la testa ampiamente fasciata, ma secondo un giornalista che lo ha intervistato, Pavel Kanygin della Novaya Gazeta, sembrava in realtà in perfetto stato di salute. Essendo un esponente molto in vista dell’ala “radicale” di Kulikovo Polie, ed ex membro del potente Partito “Comunista” (in realtà di destra e omofobo) asservito agli oligarchi, è probabile che sia stato lui con la sua “autorevolezza”, forse insieme a Davidchenko, a convincere i militanti filorussi a rifugiarsi nel Palazzo dei Sindacati. Una decisione assurda, quest’ultima, visto che c’era ancora tutto il tempo di fuggire disperdendosi, l’unica cosa logica che si poteva fare dopo le violenze e i morti in centro e vista l’ampia preponderanza numerica dei filoucraini che si stavano dirigendo verso la piazza. Ma evidentemente tra i leader dei filorussi, viste sia le divisioni locali tra radicali e moderati per la questione dello spostamento della minitendopoli, sia il clima di euforia per quanto stava accadendo nel vicino Donbass dove la conquista del potere avveniva spesso anche con l’occupazione di edifici, c’era la volontà di creare un “caso Odessa”. Non certo quello che poi tragicamente si è verificato da lì a poche ore, frutto di una catena di eventi caotici che nessuna delle parti contendenti aveva pianificato, ma comunque una battaglia che mandasse il messaggio secondo cui era giunto anche il momento di una “Odessa separatista”. E non dimentichiamo che tra di loro c’era chi agiva su istruzioni del Cremlino.

Alle 19 i filorussi erano asserragliati nel palazzo, di fronte al cui portone era stata creata una piccola barricata fatta di sacchi di sabbia che prima proteggevano la minitendopoli, replicata poco dopo all’interno da un grosso ammasso di oggetti e mobilio prelevati tra quelli che si trovavano all’interno dell’edificio. Ricordo che il Palazzo dei Sindacati è un massiccio edificio di epoca stalinista a cinque piani russi (cioè il 1° piano è il pianterreno italiano, in questo caso però piuttosto un ammezzato). Gli interni erano anch’essi “d’epoca”, con materiali vetusti (quindi non ignifughi) e privi di idranti o di sistemi antincendio efficaci.

Verso le 19.20 arriva nella piazza l’avanguardia del corteo dei filoucraini, che per prima cosa comincia a distruggere le tende e il palco, incendiandoli. Dei filorussi cominciano allora a lanciare dal tetto e dal 5° piano pietre e molotov contro i filoucraini, che rispondono con lanci di molotov contro il portone barricato, e poi contro singole finestre dei piani bassi. Circa venti minuti dopo alcune decine di filoucraini riescono ad abbattere una porta laterale e a entrare nell’ala sinistra dell’edificio, dove al 1° piano perlustrano i vari uffici. Alcuni di loro si avventurano per le scale verso il 2° piano, ma vengono subito ricacciati indietro da un lancio di molotov dei filorussi dall’alto. Questo è un particolare importante, perché indica che i filorussi usavano le molotov anche all’interno dell’edificio. I filoucraini tentano allora un assalto dal cortile dell’edificio, ma vengono ricacciati indietro anche con armi da fuoco che feriscono uno di loro. In generale i filorussi oltre a lanciare molotov e pietre, sparano più volte dalle finestre verso i filoucraini nella piazza antistante. Successivamente, si vedrà nei filmati anche un uomo corpulento, identificato poi come Nikolay Volkov, noto attivista filoucraino locale, sparare a sangue freddo dalla piazza numerosi colpi con una pistola verso le finestre dell’edificio dei sindacati, non inquadrate. Le persone intorno a lui guardano tranquille. Nel complesso, c’è da meravigliarsi che in questa seconda fase sia stato registrato solo un altro morto da armi da fuoco, oltre ai cinque delle ore precedenti in centro. Durante tutti gli eventi in un angolo della piazza sostava un piccolo contingente delle forze speciali, che rimaneva semplicemente a guardare.

Sulla soglia del portone centrale c’è una vera e propria battaglia tra i due campi dopo che la barricata esterna è stata semidistrutta, mentre i filoucraini cercano, e in parte riescono, a sfondare muovendo alcuni passi all’interno. A un certo punto si vede prima uscire fumo nero dall’atrio all’interno, la cui origine non è identificabile, dopo poco un militante filoucraino getta un copertone bruciante dall’esterno verso l’interno. Passano alcuni istanti e si vede il portone in fiamme – sono le ore 19.50. Nel giro di pochi altri istanti si sviluppa un grande incendio anche nell’androne delle scale immediatamente antistante il portone centrale al pianterreno, con un denso fumo nero che comincia a uscire progressivamente, ma rapidissimamente, anche dai piani superiori sopra il portone. Alle 19.54 una decina di persone si butta dalle finestre adiacenti all’area della scala centrale dove, come diranno le successive perizie, la temperatura è salita quasi immediatamente a 600 gradi al pianterreno e a oltre 200 al 5° piano. I filmati mostrano un attivista filoucraino (identificato poi come Vsevolod Goncharevsky) che picchia con un bastone un filorusso gettatosi dall’alto e ancora vivo, ma le immagini di quei minuti mostrano un’ampia maggioranza di filoucraini che assistono i feriti e aiutano chi è ancora sulle finestre laterali a scendere e a mettersi in salvezza. Non mancano però altri comportamenti ignobili, dai filorussi sul tetto che continuano a lanciare pietre verso chi è sotto e cerca di assistere chi cerca di salvarsi dalle finestre fino a un filoucraino che incurante della tragedia in corso lancia una molotov verso una finestra, subito però fermato da suoi colleghi infuriati con lui. Sono minuti letteralmente d’inferno. I pompieri, chiamati più volte, arriveranno solo dopo oltre 40 minuti. Alla fine il bilancio della giornata sarà di 48 morti, tutti identificati tranne uno. La cifra comprende i cinque morti in centro prima degli eventi del Palazzo dei Sindacati. Tra le restanti 43 vittime ci sono un altro morto da arma da fuoco, 11 persone gettatesi dalle finestre (e una di esse potrebbe essere in realtà morta per le bastonate di Goncharevsky), 4 persone morte per ustioni, 3 per ustioni e soffocamento, 24 per il solo soffocamento da fumo, che è di norma la principale causa di morte negli incendi.

Praticamente nessuno ha dovuto pagare per quanto successo, nemmeno le persone chiaramente identificate come il filorusso Bocan che sparava con il fucile automatico, o il filoucraino Goncharevsky che ha bastonato l’uomo gettatosi dal palazzo. Quest’ultimo si è fatto un breve periodo di carcere, ma poi è stato liberato. Le altre persone più esposte sono fuggite dalla città nei giorni immediatamente successivi. Quattro o cinque filorussi hanno fatto qualche mese o anno di carcere, ma sono poi tutti stati scarcerati. Nessun dirigente della polizia, largamente corresponsabile della tragedia, ha pagato per le proprie colpe. In generale, il governo di Kyiv ha ostacolato nei mesi e perfino negli anni ogni sforzo per punire i colpevoli di violenze, nel clima “patriottico” successivo all’elezione di Poroshenko a fine maggio e al degenerare del conflitto in guerra aperta con il coinvolgimento della Russia tra giugno e luglio. Intorno agli eventi del 2 maggio a Odessa si è subito sviluppata una disgustosa propaganda politica russa mirata a incitare l’odio verso l’Ucraina e a diffondere la leggenda di un paese in mano ai fascisti, amplificata in Italia in particolare dal non compianto Giulietto Chiesa, ma anche da tanti gruppetti della sinistra. Questa campagna ha contribuito non poco a ostacolare ogni lavoro di ricerca della verità, e quindi di punizione dei colpevoli.

I fatti del 2 maggio 2014 a Odessa sono stati una tragedia immane, un’orgia di violenza da entrambe le parti, con la polizia che o stava a guardare o aiutava i filorussi. E’ chiaro e ampiamente documentato che a fare degenerare la situazione sono stati fin dall’inizio i filorussi con i loro attacchi armati premeditati, così come è chiaro che i loro leader hanno cercato al Palazzo dei Sindacati il grande evento per mettersi in luce, nel più aperto disprezzo per la sicurezza dei loro seguaci. Sono però chiare anche le intenzioni violente premeditate di buona parte dei filoucraini: un conto è tirare pietre e molotov per strada per cacciare indietro chi spara uccidendo, tutt’altro conto è sparare a freddo dai balconi e verso le finestre di un palazzo. I resoconti che parlano di un attacco premeditato di bande neonaziste ucraine intenzionate a fare strage sono pura e disgustosa disinformazione mirata, e oggi ne abbiamo conferma, a diffondere l’odio e promuovere la guerra. I materiali che diffondono queste bugie non a caso ignorano tutti gli eventi prima dell’incendio del Palazzo dei Sindacati, non descrivono alcun contesto, mostrano singole immagini o brevi spezzoni di filmati non messi in cronologia. Di fascisti e altri estremisti di destra quel giorno in piazza ce ne erano, ma in entrambi i campi e senz’altro erano in netta minoranza numerica. A parte i filorussi di Odesskaya Druzhina/Slavianskoe Edinstvo e pochi militanti di Pravy Sektor, a Odessa a quell’epoca non c’erano gruppi fascisti degni di nota.

Sulla giornata del 2 maggio si possono consultare anche i materiali che seguono. La ricostruzione in quattro puntate del sito russo di analisi politica Politcom: parte 1parte 2parte 3parte 4. Completa e ricca di dettagli, in particolare sul contesto di tensioni che ha preceduto la giornata del 2 maggio, è la ricostruzione degli eventi fatta a un anno da distanza da Aleksandr Sibirtsev, corrispondente del giornale Reporter, che quel giorno ha seguito tutti gli eventi: https://web.archive.org/web/20150421183139/http://reporter.vesti-ukr.com/art/y2015/n14/14626-odessa-v-ogne-rekonstrukciya.html#.VTaXj1TP1PY.  I reportage e gli articoli di Novaya Gazeta: https://web.archive.org/web/20140701054024/https://novayagazeta.ru/inquests/64216.html , https://novayagazeta.ru/articles/2014/05/11/59511-odessa-kulikovo-pole-151-kazhdyy-den , https://novayagazeta.ru/articles/2014/05/07/59484-podzhog-doma-profsoyuzov-2-maya-poslednie-versii-nakanune-vyvodov-ofitsialnogo-sledstviya , https://novayagazeta.ru/articles/2014/05/08/59487-vitse-gubernator-odesskoy-oblasti-zoya-kazanzhi-171-v-eti-dni-slozhilsya-neveroyatnyy-soyuz-timoshenko-semi-yanukovicha-i-putina-187 . Un articolo “a caldo” della BBC: https://www.bbc.com/news/world-europe-27275383 . Un articolo più esteso del Guardian a un anno dagli eventi: http://www.theguardian.com/world/2015/apr/30/there-was-heroism-and-cruelty-on-both-sides-the-truth-behind-one-of-ukraines-deadliest-days . Ricostruzione dei fatti del giornale Dumskaya di Odessa: https://dumskaya.net/news/odesskaya-tragediya-2-maya-desyat-faktov-o-kotor-098278/ . Il rapporto del Consiglio d’Europa, più sommario di quello del Gruppo 2 maggio, ma utile: https://www.coe.int/en/web/kyiv/report-on-investigations-of-odesa-events . Un articolo dal sito del canale indipendente russo TV Dozhd: https://tvrain.ru/articles/odessa_report-397563/ . Alcuni articoli del Kharkiv Human Rights Protection Group: https://khpg.org/en/1407453894 ,  https://khpg.org/en/1444010513 , https://khpg.org/en/1430433692 , https://khpg.org/en/1473972066 , https://khpg.org/en/1588256904 (quest’ultimo sugli ostacoli frapposti dal governo ucraino alla punizione dei colpevoli). Ricostruzione degli eventi di Euromaidanpress: https://euromaidanpress.com/2016/11/24/odessa-tragedy-fire-ukraine-trade-union-building-antimaidan-euromaidan/ . Un utile video di circa 1h20’ della tv Odessa 1 che raccoglie riprese di quel giorno fino all’arrivo a Kulikovo Polie, senza commento: https://www.youtube.com/watch?v=Cq1OhkuLzeA . Due video senza commento di Novaya Gazeta: https://www.youtube.com/watch?v=EVAOO3wJlzc , https://www.youtube.com/watch?v=q2M4qVR_yrw . Video di Gromadske TB Odessa: https://www.youtube.com/watch?v=DdK-yqCJfsg .  Un file .doc in cui ho raccolto link a decine di video della tv Odessa 1 sulle varie mobilitazioni a Odessa da inizio 2014 fino all’1 maggio di quell’anno: https://crisiglobale.files.wordpress.com/2022/05/link-odessa-youtube.doc . Sui conflitti interni ai militanti di Kulikovo Polie: https://bitva.wiki/ru/news/text/187-odesskie-separatisty-do-9-maya-vopros-budet-reshyon-na-kulik . Altri articoli sui neonazisti filoseparatisti odessiti di Slavyanskoe Edinstvo: https://mad-dok.livejournal.com/11190.html , https://alterinf.livejournal.com/11341.html , https://alterinf.livejournal.com/20742.html?utm_source=3userpost , https://lb.ua/society/2010/04/26/41086_odesskaya_obshchestvennaya_organizatsi.html . Profilo di Sergey Dolzhenkov alias Capitan Cacao: https://myrotvorets.center/criminal/dolzhenkov-sergej-leonidovich/ . Il neonazista filorusso Anton Raevsky ricostruisce nel suo blog il contesto di allora: https://anton-raevsky.livejournal.com/56151.html . Testo di alcune telefonate intercettate di Sergey Glazyev, consigliere di Putin: https://bitva.wiki/ru/news/text/4591-sovetnik-putina-glazev-obsuzhdaet-koordinaciyu-gibridnoi-voi . Racconto del 2 maggio da parte di due militanti filorussi, Dolzhenkov e Albu: https://www.gazeta.ru/politics/2021/05/02_a_13580150.shtml?updated .Una dichiarazione “a caldo” degli anarchici ucraini dell’Unione Autonoma dei Lavoratori: https://libcom.org/article/statement-odessa-tragedy-autonomous-workers-union . Un articolo del Movimento Socialista Russo: https://anticapitalist.ru/archive/analiz/v_mire/1563.html .