Guerra in Ucraina e femminismo. Intervista a Oksana Dutchak

Author

Oksana Dutchak Emma Catherine Gainsforth Francesco Brusa

Date
May 19, 2022

«Parte della sinistra occidentale è vittima di una sorta di “egoismo ideologico”, per cui non riesce a concepire che il principale problema a volte ha poco a che fare con l’imperialismo dei loro paesi». Parla una ricercatrice e femminista ucraina

La guerra in Ucraina sta rimettendo in discussione tante cose, non da ultimo le prospettive della sinistra internazionalista e gli approcci dell’attivismo femminista. Se da una parte la legge marziale imposta dal governo non consente ai maschi fra i 16 e i 60 anni di lasciare il paese nell’eventualità di combattere contro l’invasione russa, a ribadire in qualche modo anche le “questioni di genere” che sottende ogni conflitto armato, dall’altra molte donne hanno invece deciso di restare e arruolarsi, seguendo in realtà una “tendenza” già in crescita dal 2015 in avanti.

Alcuni attivisti di sinistra si sono invece uniti alle unità di difesa territoriali, motivando anche pubblicamente la loro scelta nonostante dal punto di vista politico si fossero sempre opposti alla maggioranza delle scelte compiute dal presidente Zelensky. Dall’altro lato, in Russia, una delle componenti più attive nel movimento di protesta contro la guerra di Putin è stata fino a ora quella femminile, che non ha mancato in alcune occasioni anche di esprimere supporto per la resistenza ucraina.

Abbiamo discusso di queste problematiche e contraddizioni con Oksana Dutchak, membro del sito ucraino Commons, ricercatrice proveniente da Kyiv e attivista della rete E.A.S.T-Essential Autonomous Struggle International.

Oramai tre mesi di guerra in Ucraina, come ti senti?

In questo momento provo una sensazione di stanchezza. Sono scappata dal paese e sto finalmente riuscendo a stabilizzarmi in Germania, a Leipzig con due bambini piccoli. È una situazione per me nuova e particolarmente stressante, considerando anche il fatto che il mio compagno non è chiaramente con me e questo comporta una responsabilità doppia nelle faccende quotidiane. Nel frattempo sto seguendo tutte le notizie riguardo alla guerra, non solo attraverso i media ma attraverso le voci e le testimonianze dei miei conoscenti che sono rimasti là.

Come valuti lo sviluppo degli eventi, considerando anche la grande mobilitazione popolare che si è generata fin dall’inizio dell’invasione?

Come la maggioranza delle persone in Ucraina, la decisione di Putin ha rappresentato per me una spiacevole sorpresa e non avevo mai concretamente immaginato che qualcosa del genere potesse accadere. Per questo, non avevo neanche mai ragionato sul modo in cui la popolazione avrebbe reagito.

Ma, considerando la nostra storia e in particolare gli ultimi otto anni di guerra in Donbass, si può dire che la capacità di mobilitazione sociale nel nostro paese è sempre stata molto alta: penso, per esempio, alle associazioni umanitarie che si occupano delle vittime del conflitto, che hanno dato sostegno ai rifugiati interni, ecc. Credo che un tale contesto abbia parzialmente creato le condizioni adatte affinché potesse darsi la grossa mobilitazione cui stiamo assistendo in questi mesi.

Per quanto riguarda la volontà da parte di tanti e tante di non arrendersi in nessun modo a Putin si poteva forse prevedere dal fatto che i sentimenti “filo-russi” sono andati sempre più diminuendo nel nostro paese, anche nella parte sud-orientale dove tradizionalmente questo tipo di posizioni era più forte. Durante l’inverno, quando hanno iniziato a circolare voci e notizie riguardanti una possibile invasioni, diversi sondaggi già mostravano come fosse diffusa la volontà di resistere e non accettare una tale eventualità.

Tante persone di sinistra si sono unite alle unità di difesa territoriali (anche alcuni membri del giornale per cui scrivi). Allo stesso tempo, come voi stessi avete denunciato, alcuni atteggiamenti del governo di Zelensky vanno contro l’interesse dei diritti sul lavoro e il suo non può essere considerato un governo progressista. Cosa pensi di questa contraddizione?

Molte delle decisioni di Zelensky in termini di politica interna sono dal mio punto di vista sbagliate e la cosa certo non mi sorprende: il suo è sempre stato un governo di stampo neoliberale e non vedo in che modo la guerra avrebbe potuto cambiare questa tendenza. È da tempo che cercano di deregolamentare il mercato del lavoro e diminuire le protezioni della classe operaia ma fino a ora non erano mai riusciti a farlo per via delle forti resistenze da parte dei sindacati. In questo momento stanno utilizzando l’emergenza dell’invasione per far passare nuove leggi e questo va fortemente criticato.

Tuttavia, non vedo grandi contraddizioni per chi a sinistra sta decidendo di resistere: questa guerra non è una guerra contro il governo ucraino ma contro il paese e la popolazione interi. Le pessime decisioni che prende il nostro governo non rappresentano una ragione sufficiente per non opporsi all’invasione, cui bisogna far fronte in ogni caso. In questo senso, unirsi alle unità di difesa territoriali è una delle scelte più semplici e logiche da compiere per chi si trova sul campo.

Questa scelta è stata talvolta criticata o magari invisibilizzata nel dibattito portato avanti dalla sinistra internazionale e soprattutto occidentale. Voi stessi avete parlato di “westplaining”. Hai notato una certa mancanza di solidarietà?

È una questione spinosa che non ricondurrei alla mancanza di solidarietà e compassione, che è un tipo di spiegazione di natura psicologica in cui non mi ritrovo. Credo che si tratti più della tendenza a restare fedeli alle proprie convinzioni teoriche senza metterle in discussione, facendolo tra l’altro su un piano di ragionamento molto generico. Ci si attiene ai dogmi e all’ortodossia, invece di adottare una prospettiva realmente materialistica che parte dall’osservazione di quello c’è attorno a noi e da ciò che si può vedere con i propri occhi.

Alcuni la definiscono “pigrizia intellettuale”: si utilizzano vecchie formule già pronte per posizionarsi in un mondo che è invece in costante mutamento ed è radicalmente cambiato rispetto al passato. Manca talvolta l’energia e la volontà di adattare le proprie convinzioni alla realtà che si ha di fronte. Posso comprendere che ci sia una discrepanza di percezioni e sentimenti rispetto a questa guerra: è chiaro che per persone che provengono da un contesto che soffre o ha sofferto soprattutto l’imperialismo occidentale è difficile provare le stesse emozioni che proviamo noi nel momento in cui invece siamo attaccati dall’imperialismo russo. Alcuni vedono anzi l’imperialismo russo come una sorta di controbilanciamento a quello statunitense che, in quanto tale, va supportato.

Ma ovviamente dalla mia prospettiva tutto ciò non ha alcun senso. La nostra storia ha molto più a che fare con la minaccia, pure militare, da parte dell’imperialismo russo. In ogni caso, ciò che mi rende triste è il modo in cui tante persone, anche di sinistra. che vivono in paesi che sono state completamente al riparo da ogni tipo di guerra negli ultimi decenni, ci dicano come dovremmo sentirci o cosa dovremmo pensare riguardo alla situazione attuale.

È molto difficile convincere alcune persone a mettere in discussione la convinzione che il principale problema o nemico da combattere sia qualcosa che non ha a che fare con il proprio paese (è un pensiero che la sinistra occidentale mette in campo riguardo alla Nato, per esempio). A mio modo di vedere, è una forma di “egoismo ideologico” perché ti consente di concentrarci sul tuo contesto, sulla tua specifica visione, ecc. Ripeto, è una percezione comprensibile ma inizia a diventare problematica nel momento in cui si trasforma in un ostacolo a provare compassione per le vittime ed esprimere loro solidarietà. Da una prospettiva femminista, questo è molto grave e frustrante.

Non credi che questo abbia anche a che fare con una questione irrisolta che riguarda i rapporti fra est e ovest Europa? Forse non abbiamo mai fatto veramente i conti con le dinamiche di “colonialismo neoliberale e culturale” che legano queste due aree…

Durante il periodo sovietico le possibilità di ricerca per le scienze sociali erano molto limitate. Negli anni ’90 nuove idee, anche rispetto al femminismo, hanno iniziato a circolare con forza nelle nostre società ma si trattava talvolta di qualcosa che non era davvero “radicato” nel contesto e che dunque è stato applicato senza grandi sforzi di rielaborazione e adattamento. Penso per esempio all’esplosione di associazioni e organizzazioni non governative che c’è stata nel paese e che spesso partivano da concezioni vicine al femminismo liberale e che, soprattutto, erano convinte della bontà di alcune soluzioni che al contrario si adattavano molto poco alle caratteristiche della nostra società. E questo è molto logico, se si considera il fatto che si tratta di entità perlopiù sostenute da finanziamenti occidentali.

Questo problema si è visto anche con la guerra del Donbass, in cui parte dell’aiuto umanitario è stata portata avanti da associazioni di questo tipo che spesso non prestavano troppa attenzione al contesto in cui operavano e imponevano la propria prospettiva agli attivisti locali. In generale, la “dipendenza” della società ucraina dalle teorie accademiche occidentali e dalle concezioni politiche occidentali è qualcosa con cui non si è mai fatto i conti, lo dico anche dal punto di vista personale. Penso che la frustrazione che provo nel dialogo con la sinistra occidentale abbia a che fare con questo, ed è importante capire come si potrebbe costruire un pensiero più indipendente per il futuro.

Anche l’orientamento liberale e assolutamente pro-mercato del governo ucraino, che abbiamo menzionato in precedenza, è un prodotto di queste dinamiche e dell’eccessiva dipendenza del nostro paese verso i finanziamenti e il pensiero occidentali. Negli ultimi anni, abbiamo iniziato a ragionare su questa dipendenza e sugli effetti che produce. Ma temo che la guerra avrà sicuramente come conseguenza il fatto di spostarci ancora più “a ovest”. È un processo che era già iniziato nel 2014 e che quasi sicuramente si rafforzerà al termine di questo conflitto, trovando ancora una maggiore giustificazione ideologica rispetto a prima.

Come sono i rapporti con attiviste e attivisti di sinistra in Russia e Bielorussia?

È una situazione complessa. Io per esempio in questo momento sono ospitata da una persona russa, che condanna l’invasione e che è solidale con me. Abbiamo contatti e collaboriamo con il movimento femminista russo contro la guerra e organizziamo alcuni eventi insieme. Con tanti attivisti bielorussi si erano creati legami prima di questa guerra, per via dei cittadini che sfuggivano alla repressione venendo nel nostro paese e ora stiamo ricevendo sostegno e aiuto da parte loro.

Va detto però che il movimento contro la guerra in Russia è marginale. Ci sono altre persone con cui ora è difficile parlare, visto che prendono posizioni che dal mio punto di vista non posso condividere. Anche qua in Germania, ci sono state manifestazioni che sostenevano l’invasione. Penso che sia assolutamente importante e necessario comunque dialogare e supportare cittadini e cittadine russe che si oppongono alla guerra. Ma capisco anche i sentimenti di chi fa fatica a parlare con loro e vorrebbe troncare ogni relazione. Non li condivido, ma li capisco dal punto di vista emotivo. In definitiva, è comunque chiaro che tutto questo – soprattutto sul piano del sentimento e delle emozioni – è destinato a evolversi molto velocemente assieme agli sviluppi della guerra.