Il senso dei neofascisti per l’Eurasia

Da Ordine Nuovo al Grece di Alain de Benoist, dalla Lega di Savoini ai nuovi gruppi identitari, i concetti di “Eurasia” e di “contro-Impero” russo affascinano da molto tempo numerose aree della destra italiana ed europea

Ha fatto molto discutere la lista presentata sul “Corriere della Sera” di influencer e giornalisti che sarebbero “filoputiniani” e che, in quanto tali, sarebbero oggetto dell’attenzione del Copasir. A stretto giro, però, è arrivata la smentita del presidente del Copasir Adolfo Urso (Fratelli d’Italia). Dopo aver reso pubblica la lista a cui il quotidiano di via Solferino faceva riferimento, il sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega ai servizi segreti Franco Gabrielli ha spiegato come si tratterebbe di un semplice rapporto periodico sviluppato «esclusivamente sulla base di fonti aperte» che mira alla «disamina di contenuti riconducibili al fenomeno della disinformazione».

A ogni modo – fra accuse incrociate di “subalternità al Cremlino” da una parte e “neo-maccartismo” dall’altra, fra bollettini del Copasir e liste di Aleksandr Dugin (dal nome dell’ideologo eurasista russo, su cui torneremo, menzionate in un recente servizio di “Report”), fra echi dello scandalo dell’Hotel Metropol – con la guerra in Ucraina è tornato all’ordine del giorno il problema della “disinformazione russa” nel nostro paese. O, per meglio dire, dei legami di influenza politica che una parte dell’establishment russo esercita su alcuni partiti e aree culturali italiani.

Lo scorso 20 maggio, il sito di informazione “Politico” (sicuramente più “allineato” con Washington) così stigmatizzava la situazione: «L’Italia è spesso vista come una “facile preda” per la disinformazione del Cremlino e come un potenziale cavallo di Troia in Europa per via dei suoi storici legami con la Russia basati a loro volta su un forte legame economico e sulla presenza del più grande partito comunista dell’Occidente».

Ma la questione, impostata nel modo con cui lo ha fatto il “Corriere della Sera”, rischia di essere fuorviante. Il dibattito a cui stiamo assistendo dall’inizio dell’invasione a oggi, infatti, non è riconducibile alla semplice presenza di una “rete” di personaggi allineati con Mosca, o a uno schema di disinformazione foraggiato dal Cremlino1. Al contrario è forse più proficuo notare come la Russia – e, nello specifico, la Russia conservatrice e revanscista di Vladimir Putin e del patriarca Kirill, così come la Russia in quanto “comunità di destino”, la Russia del riscatto europeo vagheggiata dall’ideologo Aleksandr Dugin e dai suoi affiliati – sia diventata un punto di riferimento e di “proiezione intellettuale” per tante correnti politiche, sia di estrema destra che di sinistra. Spesso, “oltre la destra e la sinistra”.

Fra i nomi esposti nell’articolo di Fiorenza Sarzanini e Monica Guerzoni ci sono infatti personalità eterogenee, ciascuna col proprio singolare percorso e che sull’argomento della guerra in Ucraina esprimono anche posizioni sfumate fra di loro. È il caso, per esempio, dell’analista e reporter Maurizio Vezzosi o del giornalista ed ex-combattente della Brigata Prizrak in Donbass Alberto Fazolo2, che fanno parte di ambienti di sinistra ed esplicitamente “anti-fascisti”. Oppure l’ex-giornalista del “manifesto” Manlio Dinucci e il fotoreporter Giorgio Bianchi, entrambi da tempo molto attivi per il canale “Byoblu” (il primo che ha anche pubblicato un libro per la casa editrice di Messora, il secondo che ha partecipato in passato a manifestazioni di Forza Nuova).

Già dalla “crisi ucraina” del 2014, quando dopo la caduta di Yanukovich si verificarono l’annessione della Crimea da parte delle Russia e lo scoppio del conflitto in Donbass, una fetta della sinistra italiana (ed europea) si era allineata sulle posizioni di Mosca.

In particolare, la nascita delle repubbliche di Donetsk e Luhanks e la guerra nell’est del paese vennero interpretate da alcune aree come una battaglia di resistenza popolare e “antifascista” contro l’imperialismo statunitense.3 D’altronde, si trattava grosso modo delle stesse posizioni espresse dal leader del Partito Comunista della Federazione Russa Gennadij Zjuganov e da altre sigle che si definivano “comuniste” o “socialiste” (pure in Ucraina, come Borotba). Il 25 febbraio di quest’anno, all’inizio dell’invasione, il Partito Comunista della Federazione Russa ha dichiarato pubblicamente il proprio supporto alla guerra sostenendo che «solo la demilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina può garantire una durevole sicurezza per le popolazioni della Russia, dell’Ucraina e anche dell’Europa». Nulla di cui stupirsi. Fin dalla sua nascita nel 1993, il Partito Comunista della Federazione Russa ha mischiato posizioni collettiviste in termini economici, distinguendosi come uno dei maggiori oppositori delle liberalizzazioni di Eltsin, con accenti fortemente nazionalisti e patriottici, quando non direttamente sciovinisti.

A partecipare alla stesura del programma di partito c’era, tra l’altro, il tanto “chiacchierato” Aleksandr Dugin. Fondatore assieme a Èduard Limonov del Partito Nazional-Bolscevico, più tardi Dugin si reinventa leader del Movimento Eurasia e dell’Unione della Gioventù Eurasista. In questa veste, diviene non solo attivista, ma anche teorico filosofico e politico. In particolare, ne La quarta teoria politica, delinea un “superamento” della dicotomia politica classica fra destra e della sinistra in chiave eurasiatista, e promuove un ritorno allo studio e alla valorizzazione culturale della tradizione russo-ortodossa. Coerentemente con queste idee, è un grande sostenitore dell’invasione russa della Crimea del 2014 e dell’ultima “operazione speciale” decisa da Putin.

Ma Dugin rappresenta anche un punto di collegamento importante fra nazionalismo russo e “nuova destra” europea, molto spesso di stampo neofascista. Le sue teorie e il suo impegno “meta-politico” mischiano una sterminata produzione di libri e testi con l’organizzazione di veri e propri campi di “formazione e addestramento” militante. Affascinano e vengono rielaborate da diversi pensatori e movimenti, arrivando a “contaminare” anche partiti politici e stimolando talvolta convergenze fra sinistra e destra radicale.

Fin dagli inizi degli anni ’90, il già citato Zjuganov, assieme a Dugin, ha avuto per esempio rapporti e collaborazioni con l’esponente della nuova destra francese Alain de Benoist, fautore di un “gramscianesimo di destra” e fra i primi a occuparsi di concezioni eurasiste con l’istituto del Grece. Più in generale, esiste un’ampia convergenza culturale e ideologica che attraversa la destra e la sinistra e che ha fatto propria un’idea di “Russia” o di “Eurasia” intese come “contro-Impero”, che possano cioè “bilanciare” l’egemonia globale statunitense. Una convergenza che, andando a ritroso, affonda forse le proprie radici in alcuni intrecci fra pensiero socialista e fascista dell’inizio del secolo scorso e nel movimento della Konservative Revolution ma che nel nostro paese è stata portata avanti e “rivitalizzata” soprattutto da componenti della destra eversiva, neofascista e conservatrice (su cui si intende concentrare il presente articolo).

IN PRINCIPIO FU ORDINE NUOVO?

In Interrogatorio alle destre, Pino Rauti viene sollecitato da Michele Brambilla a parlare del suo rapporto con il pensatore di ispirazione fascista Julius Evola. L’ex segretario dell’Msi e fondatore nel 1953 del Centro Studi Ordine Nuovo lo definisce «un incontro folgorante». Le tesi e le suggestioni culturali del filosofo di origini siciliane, influenzate a loro volta dall’esoterismo di René Guénon, dal misticismo e da un forte tradizionalismo, stanno infatti alla base delle concezioni elaborate dall’organizzazione neofascista italiana che muovi i suoi primi passi nell’immediato dopoguerra. Ordine Nuovo, che verrà poi definitivamente sciolto nel 1973 per “ricostituzione del disciolto Partito Fascista” grazie alla legge Scelba, pubblica in quel periodo le riviste “La Sfida” e “Imperium”, su cui firmerà vari articoli lo stesso Evola.

Sull’argomento, ebbe a dire ancora Rauti (in La fiamma e la celtica di Nicola Rao): «Da Evola in poi il nostro fascismo fu profondamente diverso da quello precedente. […] Conosceva bene i tedeschi. Aveva grande confidenza con Himmler, il capo delle Ss. […] Ci fece insomma capire che il fascismo era un evento cosmico che si inseriva in una continuità storica». Al di là delle alterne vicende di Ordine Nuovo, talvolta in continuità e talvolta in collisione con le politiche e le classi dirigenti del Msi, è interessante notare come il nome di Evola butti già un metaforico “ponte” cronologico e ideologico con la destra russa odierna. Aleksandr Dugin è infatti nei primi anni ‘90 il traduttore di diversi scritti di Evola in russo. A tal proposito, dice la ricercatrice Marlène Laurelle4 nel suo saggio Russia’s Radical Right and its Western European connections5: «[Dugin] ha ripreso la mistica imperiale e la prospettiva fascista di Julius Evola; è attratto da René Guénon e dalla mistica islamica (principalmente quella sufi e sciita); condivide i postulati geopolitici dei teorici tedeschi della Rivoluzione Conservatrice, in particolare quelli di Ernst Jünger e di Ernst Niekisch; ammira, inoltre, l’estetica fascista, la sinistra nazista, e l’arianesimo tedesco fondato da Guido von List, Jörg von Liebenfels e Hermann Wirth. Critica il liberalismo, l’individualismo, l’egalitarismo, lo stato-nazione e promuove l’idea di un impero eurasiatico che ha nella Russia il suo paese-perno, che si pone a guida di un mondo multipolare antistatunitense, alleato dell’Europa federale e del mondo islamico».

Se l’assunto per cui occorre “superare la destra e la sinistra” può suonare familiare, soprattutto per il dibattito e per le polemiche che a suo tempo scaturirono dalla formazione del Movimento 5 Stelle, vale la pena ricordare come invece fosse un imperativo piuttosto condiviso già alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Scriveva infatti Pino Rauti nel 1947 sul giornale “Rivolta Ideale”: «Il capitalismo e il socialismo sono i nostri mortali nemici in quanto rappresentano una stessa concezione di idee della vita che è inconciliabile con quella che anima le nostre idee». Una sorta di “sovranismo” in nuce – se così lo si vuole chiamare. Pur semplificando, per quanto possano apparire anacronistiche e dettate dal contesto del tempo, è ragionevole pensare che le parole di Rauti rappresentino un’“intelaiatura di pensiero” destinata a influenzare tante correnti e formazioni politiche a venire (pur con i dovuti distinguo). Per ciò che riguarda il nostro discorso, altri nomi rilevanti in seno all’attivismo neofascista e “ordinovista” sono quelli di Maurizio Murelli e della consorte Alessandra Colla6, animatori delle case editrici “Orion” e “Aga”, che traducono (per mano dello stesso Murelli) i testi di Dugin.

Murelli da giovane è un “sanbabilino”, un affiliato di Ordine Nuovo che si rende protagonista nel 1973 a Milano del cosiddetto “giovedì nero”. In quella giornata di scontri di piazza, perde la vita l’agente di polizia Antonio Marino, colpito al petto da un bomba a mano lanciata appunto da Murelli, che sconterà assieme al camerata Vittorio Loi undici anni di carcere per l’episodio.7 Nel 1984, Murelli ottiene lo stato di semilibertà a Saluzzo ed è in quell’occasione che decide di lanciare il già citato mensile “Orion”.8 La rivista, nel corso degli anni, elaborerà e diffonderà temi cari alla “nuova destra radicale”, quali l’anti-mondialismo, la critica agli Stati Uniti e alla «classe tecnocratica cosmopolita», l’appartenenza e il nazionalismo etnico völkisch, non disdegnando elogi alle Waffen-Ss e numerosi articoli dagli accenti antisemiti e antigiudaici (dai quali poi ci saranno deboli prese di distanza). Dal 1986, appare anche l’inserto “Orion-Finanza”, diretto dall’ex-eurodeputato della Lega Mario Borghezio.

A ogni modo, al netto delle precedenti considerazioni, è importante rilevare come la guerra in Ucraina sta dando nuova spinta al personaggio di Murelli, da alcuni eletto a punto di riferimento per l’interpretazione del conflitto in corso, vista la sua vicinanza con Dugin, ma non solo.

Comparsate in televisione, interviste sul tema (come questa a cura di Umberto Baccolo9), una serie di convegni e iniziative destinate con tutta probabilità a moltiplicarsi (come l’iniziativa a Città di Castello “Guerra e pandemia stessa strategia”, alla presenza fra gli altri di Giorgio Bianchi, oppure presentazioni del libro di Dugin Contro il grande Reset).D’altronde, si tratta della prosecuzione del discorso che il fondatore di “Orion” e aree affini portano avanti da anni. Vale la pena ricordare uno dei momenti più vistosi e chiacchierati del progetto di Murelli: il cosiddetto “tour” di Aleksandr Dugin nel nostro paese nel 2019, organizzato dall’associazione REuropa.10

Ritornando ai primi passi della rivista “Orion”, non è chiaramente solo Murelli a occuparsene. Altri nomi gravitano attorno a ciò che potremmo definire un vero e proprio think-tank di estrema destra e anti-mondialista. Fra i collaboratori c’è, per esempio, Claudio Mutti, altra figura chiave della “galassia eurasiatista” italiana, che ha avuto un percorso leggermente diverso da quello di altri ordinovisti. Filologo di formazione, Mutti aderisce negli anni ‘60 al movimento della Giovane Europa del belga Jean Thiriart. Al movimento aderiranno, tra l’altro, anche il già citato Mario Borghezio e lo storico Franco Cardini, da poco uscito in libreria assieme al generale Fabio Mini con il saggio sull’invasione putiniana Ucraina. La guerra e la storia. Fautore di un nazionalismo europeo di matrice etnica, para-nazista e anti-statunitense, Thiriart incontrerà Dugin a Mosca nel 1992, poco prima di morire (è di Thiriart l’idea di un «impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino»).

La Giovane Europa rappresenta infatti un tentativo di costruire un movimento rivoluzionario di liberazione dall’«occupante americano», per il quale ci sono anche prese di contatto con la Jugoslavia di Tito e altri regimi “non-allineati” (alcuni militanti della Giovane Europa andranno a combattere poi per l’Olp). In questo senso, la parabola di Mutti è maggiormente riconducibile al “terzomondismo di destra” e alla linea del “nazimaoismo” in voga fra il 1968 e il 1973 in alcune frange dell’ultradestra italiana. Prima di approdare a “Orion”, il filologo parmense milita infatti in Lotta di Popolo e successivamente si converte all’Islam. Negli anni ’90, Mutti è uno dei primi attivisti italiani di destra a incontrare Dugin. Nello stesso periodo, fonda la rivista “Eurasia”. Simili tendenze animavano anche il “sodale” Carlo Terracciano, dal Fronte della Gioventù di Tarchi al Fronte europeo di Liberazione di Freda, ora deceduto; e Marco Battarra. Anch’egli nel Fronte della Gioventù e per un periodo “interno” all’Msi, Battarra gestisce ora lo Spazio Ritter a Milano, libreria e casa editrice “di area” neo-fascista.11A “Orion” collabora inoltre Gabriele Adinolfi, uno dei membri fondatori di Terza Posizione che negli anni ‘80 avrà poi contatti in Francia con l’attivista neofascista Christian Bouchet (fra i maggiori “esportatori” del pensiero duginiano oltralpe). Tuttavia, in seguito, Adinolfi abbandonerà qualsiasi visione eurasista e anzi si schiererà a favore dell’Ucraina già durante la crisi del 2014.

HOTEL METROPOL E DINTORNI

Ma il nome legato a “Orion” che ha fatto maggiormente scalpore, almeno a livello di cronaca, è quello di Gianluca Savoini. Il membro della Lega ed ex-giornalista de “La Padania” è stato infatti al centro di un presunto schema di finanziamenti illeciti che, dalle sfere alte del Cremlino, arrivavano al partito guidato da Matteo Salvini. Non si trattava solo di soldi: stando anche alle ricostruzioni della trasmissione “Report”, l’obiettivo era quello di facilitare e “normalizzare” all’interno della Lega la presenza di elementi neo-fascisti e di prese di posizione favorevoli agli interessi russi da parte dei deputati del Carroccio. Nel 2019, sarà proprio Savoini – in qualità di presidente dell’associazione Lombardia-Russia – a organizzare una conferenza del già citato Aleksandr Dugin a Milano. Stando ad alcune intercettazioni, è sempre Savoini a favorire l’incontro fra Dugin e Orazio Maria Gnerre. Figura attiva nel Donbass, Gnerre viene accusato dalla Procura di Genova, per poi essere prosciolto, di reclutamento di mercenari pronti a combattere nelle repubbliche separatiste dell’est dell’Ucraina.

Quale che sia la verità dei fatti (ancora da verificare in maniera definitiva), è significativo notare come Savoini provenga dall’ambiente della rivista diretta da Murelli, con cui collabora attivamente. Su questi intrecci, ha scritto un’indagine molto dettagliata il giornalista Claudio Gatti. Nel suo I demoni di Salvini. I postnazisti e la Lega, Gatti afferma:

«L’illogico allineamento della Lega al Cremlino è infatti uno dei risultati della campagna di infiltrazione politica e condotta da quelli che chiamo i “postnazisti di Saluzzo” [Murelli e il circolo legato a “Orion”, che aveva appunto sede a Saluzzo, ndr]. I primi a scoprire Mosca dopo il crollo dell’Unione Sovietica sono proprio i redattori di “Orion”. In seguito all’uscita di scena di Michail Gorbacëv, assieme ai loro camerati francesi e belgi, aprono un canale di comunicazione con chi in Russia si oppone al processo di occidentalizzazione».

Questo canale di comunicazione è il canale, già in parte tratteggiato, che interseca il percorso di Aleksandr Dugin e la sua fascinazione per Evola, con Jean Thiriart (e gli ex-seguaci della Giovane Europa) e con diversi pensatori e attivisti della “nuova destra” europea, fra cui il più significativo è forse il francese Alain De Benoist (che aveva, tra l’altro, relazioni anche con Limonov). La tesi del libro di Gatti – ma più che di tesi si dovrebbe parlare proprio di una “messa in fila” consequenziale di eventi – è questa. Personalità come Murelli e Savoini12 si sarebbero spese attivamente per “spostare” il partito della Lega (che vedevano come “terreno fertile” in tal senso) su posizioni etno-nazionaliste e anti-mondialiste, favorendo anche l’avvicinamento del partito di Salvini con le forze neo-fasciste di Casa Pound.

L’inchiesta di Claudio Gatti13 e i servizi di “Report” dedicati al caso hanno ovviamente prodotto delle subitanee reazioni da parte dei diretti interessati. Murelli ha contro-pubblicato la registrazione della sua telefonata con il giornalista Giorgio Mottola, prima dell’intervista da lui stesso rilasciata a “Report”, la quale però non si capisce in che modo dovrebbe invalidare le tesi riportate nel servizio. Graziani, nella già menzionata intervista con Baccolo, afferma di «non aver letto il libro», sostenendo comunque che le tesi di Gatti gli sembrano “frutto di pregiudizi”. Anche il giornalista e storico legato alla “nuova destra” Matteo Luca Andriola14 ha polemizzato con l’autore del libro, per quanto nella sua dettagliata inchiesta sul fenomeno La nuova destra in Europa arrivi a conclusioni non dissimili.15

Ma, al di là dei dettagli e delle polemiche, va forse messa in chiaro una cosa. Lasciando da parte il giudizio sulle parabole personali e sulle militanze passate, che vanno certo contestualizzate all’interno di un periodo storico di forte conflittualità sociale con cui il nostro paese non ha mai fatto definitivamente i conti, Maurizio Murelli, le varie personalità legate a “Orion”, Rainaldo Graziani, ecc. sono – per loro stessa ammissione – fascisti.

Si fanno schermo dietro alla necessità di “superare la destra e la sinistra”, ma non hanno mai rinnegato il proprio percorso e non hanno mai segnato una distanza rispetto alla loro appartenenza alla destra radicale neo-fascista e neo-nazista. “Per superare il fascismo, bisogna possederlo”, dice Graziani a Baccolo, dopo aver messo in chiaro che il “fascismo” corrisponde al “pensiero che ha lasciato in eredità Mussolini”. Non si fanno problemi a pubblicare con i propri canali testi negazionisti, talvolta esplicitamente razzisti e antisemiti16, oppure a rilanciare teorie del complotto di natura omolesbobitransfobica, come quella relativa alla recente strage di Uvalde.

LA PISTA ANTI-GENDER

A proposito delle questioni legate all’identità di genere e ai diritti riproduttivi, c’è un altro lato del fronte “filo-russo” che è bene considerare: quello non di matrice post-fascista o di destra anti-mondialista, ma più propriamente “tradizionalista” e conservatore. In questo senso, il Congresso delle Famiglie che si è tenuto a Verona nel 2019 rappresenta un “caso di studio”. È forse l’evento più recente che ha messo in luce l’esistenza e la profonda penetrazione politico-sociale di ciò che si può definire una “Internazionale Conservatrice”.

Quest’ultima è una rete abbastanza articolata di associazioni, Ong, gruppi di interesse, personalità politiche e non che – grazie a un ingente flusso di denaro da parte di oligarchi e fondazioni – cerca di esercitare “pressione” sui diversi governi affinché vengano promulgate leggi per restringere il diritto all’aborto, minare i diritti Lgbt e, più in generale, promuovere i valori del tradizionalismo religioso. Del network fanno parte, fra gli altri, Ordo Iuris o CitizenGo. Quest’ultima, in particolare, sta dietro ai tentativi di restrizione del diritto all’aborto in Polonia nel 2016 o alla famigerata legge contro la propaganda gay voluta da Putin nel 2013. A capo della rete, c’è l’International Organization of Family, fondata dallo storico conservatore statunitense Allan Carlson.

Come notano Agniezska Graff ed Elzbieta Korolczuk nella loro ricerca Anti-Gender Politics in the Populist Moment, «l’International Organization of Family e il suo progetto principale, il Congresso delle Famiglie, hanno facilitato un’alleanza ideologica fra la destra cristiana statunitense e le forze nazionaliste europee, fra i populisti di destra e vari autocrati, fra i quali in modo forse più significativo di tutti bisogna includere la Russia di Putin assieme alla Chiesa Ortodossa Russa». E infatti: «[a questa alleanza] cooperano non solo organizzazioni ultraconservatrici statunitensi e russe, ma anche alcuni oligarchi russi, fra cui il miliardario ultra-ortodosso Konstantin Malofeev, che sono tacciati di sponsorizzare le attività e gli incontri della rete in uno sforzo per far progredire gli interessi russi in Europa. Un’altra figura di spicco a facilitare la cooperazione transnazionale è Alexey Komov, un membro del comitato direzionale del Congresso delle Famiglie e il rappresentante di quest’ultimo in Russia, che pare aver lavorato per Malofeev».

Il legame personale fra l’oligarca Malofeev e Aleksandr Dugin è cosa nota. Buona parte dell’attività di Dugin avviene grazie ai finanziamenti del primo. Parliamo per esempio del canale televisivo Tsargrad Tv o del sito di analisi di “Geopolitica e Tradizione” Katekhon al quale, oltre allo stesso Dugin, collaborano anche il senatore di Russia Unita Andrej Klimov e l’ex-politico ed ex-membro National Financial Council della Banca Russa Sergej Glaz’ev.

Quest’ultimo è al centro di alcune intercettazioni che indicherebbero un suo coinvolgimento nell’alimentare alcuni dei disordini e degli scontri fra gruppi “anti-Maidan” e “pro-Maidan” avvenuti a Odessa il 2 maggio 2014 e che precedono la strage del Palazzo dei Sindacati a opera dei secondi.

In questa ricerca di influenza e costruzione egemonica (strategia che accomuna anche Murelli o de Benoist), non è un mistero che Dugin abbia stretto legami con pensatori e sigle nazionaliste, post-fasciste e conservatrici nonché con figure politiche di diversi paesi. Oltre al già citato filo che lo lega a Savoini e Salvini, passando per l’influenza indiretta del Congresso delle Famiglie, si arriva all’esponente della Lega Lorenzo Fontana, già sindaco di Verona e ministro per la famiglia e la disabilità. Fontana, infatti, spinse perché il suo partito fosse presente al Congresso e affinché il comune di Verona vi apponesse il proprio patrocinio. Ma non solo. Nel 2018 cercò di far abrogare la legge Mancino (causando frizioni all’interno del governo Conte), probabilmente “in ossequio” alla convergenza che si stava dando fra i neofascisti di Casa Pound e la Lega. Nel 2017 si fece promotore di un’interrogazione al Parlamento Europeo in cui si chiedeva di rivedere l’appoggio al governo ucraino sulla base di presunte rivelazioni in merito alla strage dei cecchini di Euromaidan prodotte dal giornalista e ora inviato del Tg1 nel Donbass Gian Micalessin.17

CONVERGENZE

Questi sono solo piccoli tasselli di un fitto e complicato sistema di rapporti: alleanze strumentali, affinità politiche, veri e propri tentativi di “egemonizzazione”, semplici e casuali posizionamenti e linee di pensiero, che sarebbe impossibile riassumere in un solo articolo e sarebbe pure scorretto ricondurre a una sola “genealogia politica”. È bene precisare poi che è difficile capire quanto figure come quella di Aleksandr Dugin siano influente nelle politiche russe e quale peso abbiano nelle scelte decisionali del Cremlino. Le descrizioni che lo dipingono come “la mente dietro Vladimir Putin” o come “il filosofo più pericoloso al mondo” sono quasi sicuramente esagerate. È però vero che tanti concetti o elaborazioni disseminate nel dibattito pubblico da Dugin sono state utilizzate e fatte proprie dal Presidente russo. Un esempio lampante è la retorica sulla Novorossija, la “nuova Russia” che potrebbe appunto comprendere le repubbliche di Donetsk e Luganks più tutta la costa del Mar Nero fino a Odessa.

In generale, e per sua stessa ammissione, l’obiettivo di Dugin è stato sempre quello non di conquistare il potere ma di esercitare verso di esso un’influenza, una sorta di “egemonia culturale”. Come afferma il ricercatore Fabrizio Fenghi: «La questione delle influenze dell’ideologo “rossobruno” ed eurasiatista sulla politica istituzionale russa e nella cultura di messa russa non è lineare. Si può forse riassumere dicendo che Dugin ha costruito e “testato” sul campo idee molto radicali che sono state poi riassorbite da altri movimenti e realtà che le hanno rielaborate in una forma più “digeribile” per il mainstream».

Resta tuttavia il fatto che, per buona parte della destra radicale “anti-mondialista” e conservatrice europea,18 la Russia di Vladimir Putin rappresenta un “polo di attrazione e fascinazione”, un perno su cui costruire la propria appartenenza ideologica. Più che della Russia come spazio fisico e politico, è comunque meglio parlare di una certa idea di Russia, per alcuni aspetti anche abbastanza immaginifica, che è stata propagandata da diversi attori e in diversi modi sotto il concetto “contro-imperiale” di “Eurasia” o “Terza Roma”, per usare un termine introdotto in epoca zarista e poi ripreso da Dugin.

E questo è tanto vero per la “destra identitaria” di ascendenza evoliana e thiartiana, quanto per le correnti più anti-femministe e conservatrici da un punto di vista religioso. Per citare ancora Graff e Korolczuk19, «nelle fantasie “retrotopiche”, sia il ritorno di attitudini tribali e l’indifferenza per l’ineguaglianza sociale sono viste come condizioni non solo razionali, ma addirittura desiderabili. In maniera per nulla sorprendente, dunque, il paese che viene spesso idealizzato nel discorso ultraconservatore è la Russia di Putin. Stando a quanto dice Kuby20 «la Russia è l’unica nazione in cui esiste la possibilità per la chiesa e lo stato di ricostruire i fondamenti della famiglia».

È vero che, al momento, per quanto concerne la guerra in Ucraina le principali sigle neofasciste italiane si trovano spaccate (così come diversi gruppi europei appartenenti all’area). Se Forza Nuova appoggia la Russia, Casa Pound si schiera invece a fianco dell’Ucraina, più precisamente a fianco dei “nazionalisti” di Azov e Pravy Sektor, con cui si erano già verificati contatti e collaborazioni dai tempi di Euromaidan. E, d’altronde, è proprio da quel momento e dal conseguente emergere della questione del Donbass che si era creata una divergenza che è andata approfondendosi sino a oggi.21 Ma, come dicevamo in apertura, l’idea di Russia e di “Eurasia” come “contro-Impero” è un’idea che affascina molti anche a sinistra. E questo avviene al di là delle sfumate sensibilità e delle diversità di percorso politico, che hanno a che fare con le tortuose origini del cosiddetto “rossobrunismo”, delle differenti concezioni dell’“alter-mondialismo” e delle divergenze d’analisi sulle conseguenze dell’unipolarismo americano.

Si tratta, di fatto, della condivisione di un assunto di base molto lineare. L’imperialismo statunitense e i valori che questo rappresenta sarebbero l’origine di ogni nefandezza a livello mondiale e il principale, se non unico, “nemico” da combattere. A questa tesi, fa da corollario l’idea che l’Unione Europea sia nient’altro che una “colonia” americana. Questo assunto, sia ben chiaro, può avere la sua ragion d’essere. Tuttavia, se preso i maniera decontestualizzata, senza tenere in considerazione altri elementi, porta sostanzialmente al rifiuto di ogni forma di “modernità” anche nei suoi aspetti maggiormente “progressisti”.

È in questo senso, per esempio, che la “nuova destra” à la de Benoist immagina un’“Europa dei popoli e delle regioni” (che federerebbe i gruppi etnici e non gli Stati-nazionali) alleata con i Brics e con la Russia di Vladimir Putin.

È in questo senso che il già menzionato Franco Cardini, per prendere un esempio tra molti, nella sua prefazione del libro di Lorenzo Disogra su Jean Thiriart L’Europa come rivoluzione, tratteggia una sorta di manifesto programmatico: «Ancora oggi l’occidento-atlantismo è, insieme con il primato economico-finanziario nel mondo e il “governo profondo” delle multinazionali, il primo e il solo nemico da battere, dal momento che tutto il resto – dalla demenziale politica trumpista fino alla sperequazione mondiale e all’inquinamento del pianeta – è a ciò inestricabilmente connesso». Le assonanze con tanto “sovranismo di sinistra”, da Costanzo Preve al suo “allievo” Fusaro” fino, se vogliamo, a nuove sigle come Riconquistiamo l’Italia e simili, non vanno ricercate troppo lontane da qui. In fondo, sono anche il retroterra – più che la “nostalgia” per l’Urss o simili – su cui possono avvenire incontri un tempo improbabili. Si pensi al filologo marxista Luciano Canfora, che ora firma un libro assieme al giornalista di ultra-destra Francesco Borgonovo.

Più in generale, siamo di fronte a una narrazione che lo stesso stato russo contribuisce a diffondere e ad amplificare, in una sorta di processo di “re-brandizzazione” della propria immagine sulla base dei cambiamenti geopolitici intercorsi dalla guerra in Siria in avanti. Come nota il sociologo Volodymyr Artiukh: «La Russia si è inventata una sorta di dottrina politica in supporto dei “legittimi regimi” contro la guerra ibrida condotta dall’Occidente. Come alternativa alla vacillante egemonia statunitense basata sulla “promozione della democrazia” che include il supporto alle sollevazioni popolari, la Russia ha specularmente offerto la costituzione di una Santa Alleanza per il 21esimo secolo. In termini gramsciani, si trattava di un’offerta per la preservazione di quel blocco storico che si regge sul dominio autocratico invece che sulla costruzione di egemonia. Quindi, come contraltare alla vacillante egemonia statunitense, ecco che la Russia ha offerto un sistema internazionale di dominio senza egemonia. Una tale offerta è tesa ad assolvere due compiti: rinforzare il ruolo del regime domestico russo e assicurare la stabilità dei regimi di quegli stati che si uniscono alla Santa Alleanza [come la Siria di Assad e la Bielorussia di Lukashenko, ndr]».

I percorsi sono ovviamente diversi, talvolta inconciliabili. Diverse sono anche le sfumature di pensiero sui più disparati argomenti, ma in tanti sia a destra che a sinistra sembrano voler “salire sul carro” di questa Santa Alleanza. Per quanto riguarda l’invasione russa in Ucraina, la convergenza di opinioni e posizioni si basa su una serie di letture e interpretazioni degli eventi degli ultimi otto anni affine, quando non perfettamente speculare, a letture e interpretazioni bollate come “propaganda putiniana”.

Non necessariamente delle fake news, ma “esagerazioni prospettiche”, verità parziali, riduzionismo, considerazioni apodittiche e sensazionalismo che riguardano alcuni punti principali. La sollevazione popolare di Euromaidan screditata come “colpo di stato targato Usa” è un buon esempio: una semplificazione faziosa, nonostante esistano elementi che possono legittimamente far pensare a una forte influenza “occidentale” ma che non consentono di paragonare questo episodio ad altri precedenti storici.22 Un altro esempio è il conflitto del Donbass presentato come un “genocidio” (sic) perpetrato dallo stato ucraino contro la “popolazione russofona” delle aree orientali del paese. Secondo la vulgata, il conflitto avrebbe portato all’uccisione di circa 14mila persone solo dal lato russofilo. Le vittime, invece, andrebbero ripartite fra militari ucraini, combattenti separatisti e civili. Inoltre, molto spesso si omette il ruolo della Russia nell’aver scientemente soffiato sul fuoco del separatismo.23 Infine, la strage di Odessa del 2 maggio 2014. Se la responsabilità finale è da attribuire ai gruppi “pro-Maidan” e nazionalisti ucraini, l’evento viene talvolta strumentalizzato e dipinto demagogicamente come una “strage di stato” della “giunta fascista” o “liberal-nazista” di Kiev.24

Si tratta di eventi a tutti gli effetti controversi, ed è vero che parte della fascinazione “a sinistra” per le letture che ne fa la “propaganda putiniana” nasce anche come reazione al modo, spesso altrettanto fazioso o a volte reticente, che alcune testate occidentali hanno di raccontarli. Ma, sulla base di queste semplificazioni e sulla concezione per cui tutto ciò che è vagamente anti-Usa e anti-Nato sia da considerare “antifascista” e rivoluzionario, si finisce da “destra” e “sinistra” il più delle volte per giustificare l’invasione, relativizzando le responsabilità della classe dirigente russa. Intanto, si è costituita nel nostro paese una nuova associazione e soggettività politica che, da statuto, vuole generare una «visione multipolare del mondo, eurasiatista e comunitarista». Presidium Z (con riferimento esplicito all’“operazione speciale” di Putin), che sul suo sito ha aperto la campagna tesseramenti e ha anche messo in piedi un negozio online di gadget, ha fra i suoi punti fermi la contrarietà all’“immigrazione di massa”, l’uscita dalla Nato e la lotta contro il Grande Reset. «Né destra né sinistra, ma estremo verticale», recita il logo abbinato al simbolo della rosa dei venti di ascendenza duginiana che rappresenta la “multipolarità”. Slogan e proposte che suonano familiari.